Giornale Roma - Ali Asgari, in Iran vedo 'Un po' di luce', il mio Paese sta cambiando

Ali Asgari, in Iran vedo 'Un po' di luce', il mio Paese sta cambiando
Ali Asgari, in Iran vedo 'Un po' di luce', il mio Paese sta cambiando

Ali Asgari, in Iran vedo 'Un po' di luce', il mio Paese sta cambiando

Il regista, "pochi credono che Trump porti libertà"

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(di Francesco Gallo) "Il mio Paese sta cambiando ogni giorno. Se qualcuno era in Iran solo un anno fa, oggi lo troverebbe diverso. Per esempio solo cinque anni fa non vedevate nei film donne senza veli, ma ora i registi hanno deciso di toglierli perché la società è cambiata. Anche nelle strade nessuno mette questi veli". E' un un inno alla speranza, come il titolo del suo film, 'Un po' di luce', quello di Ali Asgari che domani arriva nelle sale italiane, con Teodora, con il suo nuovo lungometraggio, doloroso quanto tenero, già in concorso al Festival di Venezia. "L'Iran è un Paese con tanti giovani che stanno combattendo contro un sistema che vuole controllarli; loro vogliono uscire da questa repressione e da questo controllo da parte del governo" dice all'ANSA il regista di 'Divine Comedy'. Questi cambiamenti nascono da un allentamento dei controlli da parte del regime? "Oggi non è più possibile fare questo controlli: soprattutto dopo il 2021 l'approccio della società è cambiato. La gente ha capito che si possono cambiare le regole, che si deve stare più uniti e combattere". Come vede il futuro del suo Paese? "Vedo un po' di luce, come dice il titolo. L'Iran è un paese in cui tutto quello che succede avviene gradualmente. C'è una lunga strada, ma alla fine per me c'è speranza". È vero che l'attacco Americano ha risvegliato il senso di patria in Iran, cioè che anche un iraniano giovane e ribelle di fronte all'attacco Usa dica "io sto con il mio paese"? "Prima c'era molta gente che aspettava la guerra come una salvezza per il Paese, dopo il massacro di gennaio molti poco a poco hanno cambiato idea. Ora i numeri di chi crede che un attacco degli Stati Uniti possa cambiare e risolvere le cose non sono così alti". Quindi adesso nessuno crede che l'America possa portare la libertà? "No, direi proprio di no, perché dopo la guerra la situazione economica e quella generale in Iran sono peggiorate molto". Come vedono gli Iraniani l'Occidente? "Secondo me in Iran ci sono tante informazioni sbagliate sull'Occidente, come voi in Europa ne avete su di noi. Questo è inevitabile. C'è sempre un'immagine sbagliata. Tra queste appunto quella che Trump voglia portare la libertà in Iran. Per me tutti i cambiamenti cominciano da dentro: non è che il resto del mondo possa cambiare il nostro paese". Com'è stato girare questo film? "Difficile perché abbiamo abbiamo iniziato solo qualche giorno prima della guerra e poi abbiamo continuato nonostante i bombardamenti. È successo anche che hanno bombardato a cento metri dal set e tutte le finestre si sono rotte e la casa tremava. Ma per me era molto importante raccontare una storia di speranza, di vita quotidiana del popolo iraniano e mostrare che tutto continua e che anche noi, nonostante tutto, facciamo yoga, andiamo al teatro, portiamo avanti tutte le piccole cose di tutti i giorni". Protagonista del film è un medico iraniano (Misagh Zareh) che ha perso la fiducia nel futuro dopo essere stato arrestato e aver visto chiuso il suo studio medico. Ora ha un solo obiettivo: togliersi la vita. Ma siccome è davvero una brava persona, pensa bene di voler avvisare i parenti della sua volontaria dipartita e trascorrere un ultimo giorno in visita ai fratelli e soprattutto alla madre per prepararli alla sua dipartita. Ma come dirlo a quest'ultima? Da qui un film straordinariamente tenero e forte dove i legami, con i relativi sentimenti, mostrano appunto una resilienza difficile da sconfiggere.

P.Romano--GdR